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Cataratta

La cataratta è l’opacizzazione del cristallino, la lente naturale che si trova all’interno dell’occhio. È la causa più frequente di calo della vista legato all’età e si cura con un intervento chirurgico: non esistono colliri, integratori o esercizi che la facciano regredire. L’intervento di cataratta è tra le operazioni chirurgiche più eseguite al mondo.

Che cos’è la cataratta

Il cristallino è una lente trasparente posta dietro l’iride. Insieme alla cornea mette a fuoco le immagini sulla retina e, fino ai 40–45 anni, cambia forma per permettere di vedere da vicino. Con il passare degli anni le proteine che lo compongono si alterano e il cristallino perde progressivamente la sua trasparenza: la luce che lo attraversa viene in parte assorbita e in parte diffusa, cioè dispersa in più direzioni invece di arrivare ordinata sulla retina, e le immagini appaiono meno nitide, come velate.

Sezione dell'occhio: la luce attraversa cornea, camera anteriore e pupilla e raggiunge il cristallino, sostenuto dalle fibre zonulari collegate al corpo ciliare; dietro si trova il vitreo
Il cristallino si trova dietro l’iride ed è sostenuto dalle fibre zonulari, collegate al corpo ciliare.

Compare di solito in entrambi gli occhi, non sempre allo stesso ritmo, e peggiora lentamente nel corso di mesi o anni.

I sintomi della cataratta

Nelle fasi iniziali la cataratta può non dare disturbi. Quando progredisce, i segnali più comuni sono:

  • vista annebbiata o velata, come attraverso un vetro che non si riesce a pulire;
  • abbagliamento dai fari delle auto di notte o dalla luce del sole;
  • colori meno vivaci, che tendono al giallo o al marrone;
  • bisogno di più luce per leggere;
  • cambi frequenti della gradazione degli occhiali, a volte con una miopia che compare o aumenta in età adulta;
  • più raramente, visione doppia da un occhio solo.

Questi disturbi possono dipendere anche da altre condizioni, come malattie della retina o del nervo ottico o un occhio secco. Per questo, quando compaiono, è consigliabile una visita oculistica per capirne con precisione la causa.

I tipi di cataratta

In base alla parte del cristallino che si opacizza si distinguono tre forme principali di cataratta legata all’età, spesso presenti insieme nello stesso occhio:

  • nucleare: interessa la parte centrale del cristallino, che diventa progressivamente più dura e di colore giallo-bruno. È la forma più comune e progredisce lentamente. Rende meno nitida soprattutto la vista da lontano e più spenti i colori; all’inizio può far comparire o aumentare la miopia, tanto che alcune persone, per un periodo, leggono meglio senza occhiali;
  • corticale: comincia alla periferia del cristallino con opacità disposte a raggi, come quelli di una ruota, che avanzano verso il centro. Dà soprattutto abbagliamento, di notte e in controluce;
  • sottocapsulare posteriore: si forma sul retro del cristallino, proprio lungo l’asse della visione. Compare anche in persone più giovani, è più frequente in chi usa cortisonici o ha il diabete, progredisce più in fretta e disturba molto la lettura e la visione con luce intensa.

Esistono poi forme meno frequenti: congenite, presenti dalla nascita; traumatiche, dopo una contusione o una ferita dell’occhio; e secondarie ad altre malattie o a interventi sull’occhio.

Perché si forma: cause e fattori di rischio

La causa principale è l’invecchiamento. Le proteine del cristallino si formano durante lo sviluppo e non vengono mai sostituite: con gli anni si danneggiano, perdono la loro disposizione ordinata e il cristallino diventa via via meno trasparente. La velocità con cui questo accade, però, cambia da persona a persona e dipende da diversi fattori:

  • familiarità: la tendenza a sviluppare la cataratta, e a svilupparla prima, è in parte ereditaria;
  • sole: l’esposizione ai raggi ultravioletti accumulata nel corso della vita;
  • fumo: aumenta il rischio, in particolare della cataratta nucleare;
  • diabete;
  • cortisonici usati a lungo, in compresse, colliri o spray inalatori: favoriscono soprattutto la forma sottocapsulare posteriore;
  • miopia elevata;
  • traumi e interventi precedenti sull’occhio, per esempio la vitrectomia;
  • infiammazioni croniche dell’occhio (uveiti);
  • radiazioni ionizzanti, per esempio una radioterapia della testa.

Età e familiarità non si possono modificare. Proteggere gli occhi dal sole con occhiali dotati di filtro UV e non fumare sono le misure ragionevoli per ridurre il rischio, anche se nessuna delle due impedisce con certezza che la cataratta compaia.

Quando operare la cataratta

La cataratta non va “fatta maturare”. È un’idea che risale alle tecniche chirurgiche di alcuni decenni fa. Oggi l’intervento si esegue quando la cataratta disturba la vita quotidiana — guidare, leggere, lavorare, muoversi con sicurezza — e non conviene aspettare che diventi molto densa, perché una cataratta avanzata rende l’intervento più impegnativo e il recupero più lento.

Non esiste una soglia di decimi uguale per tutti. Le linee guida internazionali raccomandano di decidere in base a quanto la cataratta pesa sulla vita della singola persona, non solo sul numero di righe lette al tabellone. In alcuni casi l’intervento è indicato anche quando la vista è ancora discreta:

  • quando il cristallino è così opaco che, durante la visita, l’oculista non riesce più a vedere con precisione la retina e il nervo ottico, e quindi a seguire bene malattie come la maculopatia, la retinopatia diabetica o il glaucoma;
  • quando il cristallino, che con l’età si ispessisce, restringe lo spazio da cui defluisce il liquido interno dell’occhio, esponendo al rischio di un attacco di glaucoma ad angolo chiuso.

Se invece la cataratta è iniziale e non dà disturbi, è sufficiente controllarla nel tempo. Nel frattempo, un aggiornamento degli occhiali e una buona illuminazione possono bastare.

La visita prima dell’intervento

Il percorso comincia con una visita oculistica completa, che ha tre scopi: confermare che il calo della vista dipende davvero dalla cataratta, escludere altre malattie che ne limiterebbero il risultato e misurare l’occhio per calcolare la lente da impiantare.

L’esame principale è la biometria, che misura la lunghezza dell’occhio e la curvatura della cornea: da questi valori si calcola la potenza della lente artificiale. Spesso si aggiungono lo studio della forma della cornea (topografia e tomografia) e l’OCT della macula.

Un esame importante è la conta delle cellule endoteliali. L’endotelio è lo strato più interno della cornea: le sue cellule funzionano come piccole pompe che tolgono l’acqua in eccesso e mantengono la cornea trasparente. Non si rigenerano, e durante l’intervento una parte di esse va inevitabilmente persa. Contarle prima permette di capire se la cornea ha una riserva sufficiente per restare limpida anche dopo l’operazione, o se servono precauzioni particolari.

Occhio secco e blefarite: perché si curano prima dell’intervento

La superficie dell’occhio, costituita dal film lacrimale e dall’epitelio, lo strato più superficiale della cornea, è la prima lente che la luce attraversa. Se è instabile, per esempio per un occhio secco o una blefarite non curati, le misure della cornea cambiano da un esame all’altro. Proprio su queste misure si calcolano la potenza della lente da impiantare e la correzione dell’astigmatismo: misure alterate aumentano la probabilità di scegliere una lente di potenza non corretta, e quindi di avere dopo l’intervento un difetto visivo residuo da correggere con gli occhiali.

L’occhio secco e la disfunzione delle ghiandole di Meibomio sono molto frequenti nell’età in cui si opera la cataratta, e spesso non danno disturbi evidenti. In uno studio su pazienti in attesa dell’intervento (studio PHACO, 2017), circa sei occhi su dieci avevano un film lacrimale instabile e tre su quattro mostravano segni di sofferenza della superficie della cornea, mentre meno di un paziente su quattro aveva già ricevuto una diagnosi di occhio secco.

Per questo le raccomandazioni della Società americana di chirurgia della cataratta e refrattiva (ASCRS) indicano di cercare queste alterazioni già alla visita prima dell’intervento, di trattarle — per esempio l’occhio secco, la blefarite e l’infestazione delle palpebre da Demodex — e di rimandare le misure definitive finché la superficie non si è stabilizzata. Può voler dire rinviare l’intervento di qualche settimana: è tempo che si recupera in precisione del risultato e in comfort dopo l’operazione. L’attenzione è ancora maggiore con le lenti che correggono l’astigmatismo o la presbiopia, che richiedono misure molto precise e risentono di più di un film lacrimale instabile.

La scelta della lente intraoculare

Durante l’intervento il cristallino opaco viene sostituito da una lente artificiale (IOL, dall’inglese intraocular lens) che resta nell’occhio per sempre. Esistono diversi tipi di lente, ciascuno con vantaggi e limiti: non esiste una lente migliore in assoluto.

  • Monofocale. Mette a fuoco nitidamente a una sola distanza, di solito lontano. Vantaggi: la migliore qualità ottica e il minor rischio di aloni; è la più indicata quando l’occhio ha anche altre malattie. Limiti: per leggere, e spesso anche per il computer, servono gli occhiali.
  • Monofocale in monovisione. Si impiantano due lenti monofocali, una regolata per lontano e l’altra per una distanza più vicina. Vantaggi: meno dipendenza dagli occhiali, senza gli aloni delle lenti multifocali. Limiti: la percezione della profondità può ridursi e non tutti si adattano; per questo di solito si verifica prima se la persona la tollera.
  • Torica. Corregge anche l’astigmatismo regolare della cornea; esiste in versione monofocale, a profondità di fuoco estesa e multifocale. Vantaggi: una vista più nitida senza dover correggere l’astigmatismo con gli occhiali. Limiti: richiede misure molto precise e una posizione stabile nell’occhio; raramente la lente ruota e va riposizionata. Corregge soltanto l’astigmatismo regolare: non può correggere le altre irregolarità ottiche della cornea (aberrazioni), come il coma tipico del cheratocono.
  • A profondità di fuoco estesa (EDOF). Allunga la messa a fuoco dal lontano alla distanza intermedia, quella del computer o del cruscotto. Vantaggi: buona visione da lontano e a distanza intermedia, con meno aloni rispetto alle multifocali. Limiti: per la lettura fine possono servire ancora gli occhiali; aloni e una lieve riduzione del contrasto sono possibili, anche se meno frequenti che con le multifocali.
  • Multifocale (bifocale o trifocale). Divide la luce su più punti di fuoco: lontano, intermedio e vicino. Vantaggi: la maggiore probabilità di fare a meno degli occhiali, anche per leggere. Limiti: aloni e abbagliamento attorno alle luci, soprattutto di notte, sono più frequenti, il contrasto si riduce e serve un periodo di adattamento; è poco indicata in presenza di occhio secco importante, malattie della macula, glaucoma o cornea irregolare.

Una revisione Cochrane di 20 studi randomizzati ha confermato questo equilibrio: rispetto alle monofocali, le lenti multifocali riducono la dipendenza dagli occhiali, ma causano più spesso aloni e abbagliamento, e quanto il compromesso convenga varia da persona a persona (de Silva e colleghi, 2016).

La scelta si fa in visita, tenendo conto delle abitudini visive — guida notturna, computer, lettura — delle misure dell’occhio, della salute della superficie oculare e della retina, e delle aspettative. Nessuna lente garantisce di eliminare del tutto gli occhiali: l’obiettivo è scegliere il compromesso più adatto.

Come si svolge l’intervento

La tecnica standard è la facoemulsificazione. Attraverso un’incisione di pochi millimetri sulla cornea, il cristallino opaco viene frammentato con gli ultrasuoni e aspirato. La sua capsula, il sottile involucro che lo contiene, resta al suo posto e accoglie la lente artificiale, che si introduce ripiegata e si apre all’interno dell’occhio. Di norma non servono punti.

L’intervento si esegue in anestesia topica, cioè con gocce di collirio anestetico, non è doloroso e dura pochi minuti. Si svolge in day surgery: si torna a casa lo stesso giorno, con l’occhio protetto. Si opera un occhio per volta.

Dopo l’intervento: recupero e precauzioni

La vista migliora in genere già nei primi giorni, anche se per stabilizzarsi del tutto servono alcune settimane. In questo periodo si usano colliri antibiotici e antinfiammatori secondo uno schema scritto e si eseguono alcuni controlli ravvicinati. I nuovi occhiali, se servono, si prescrivono quando la vista si è stabilizzata.

Nelle prime settimane è importante non strofinare l’occhio, proteggerlo durante il sonno nei primi giorni ed evitare piscina, trucco sugli occhi, ambienti polverosi e sforzi intensi.

È frequente, nelle settimane successive, avvertire bruciore, sensazione di sabbia o lacrimazione: l’incisione sulla cornea e i colliri disturbano temporaneamente la superficie oculare. Di solito il fastidio si attenua da solo o con lacrime artificiali; se persiste va valutato come un vero occhio secco, che dopo l’intervento può comparire o peggiorare.

I rischi dell’intervento

Come ogni intervento chirurgico, anche quello di cataratta ha dei rischi. Sono rari, ma è giusto conoscerli: un’infiammazione più intensa del previsto, un aumento temporaneo della pressione dell’occhio, un edema della macula che riduce la vista per alcune settimane e, più raramente, un’infezione all’interno dell’occhio (endoftalmite) — per prevenirla, al termine dell’intervento si introduce un antibiotico nell’occhio — o un distacco di retina.

Il rischio non è uguale per tutti. Alcune condizioni, che la visita prima dell’intervento serve a riconoscere, lo aumentano e richiedono precauzioni particolari:

  • una conta endoteliale bassa o una distrofia della cornea, come la distrofia di Fuchs: dopo l’intervento la cornea può andare incontro a edema, cioè trattenere acqua e perdere trasparenza, e nei casi più seri non tornare limpida (scompenso corneale);
  • la pseudoesfoliazione e la debolezza dei legamenti che sostengono il cristallino (zonule), che lo rendono meno stabile durante l’intervento;
  • una pupilla che si dilata poco con i colliri, per esempio per pseudoesfoliazione, diabete, uveiti precedenti o uso prolungato di alcuni colliri per il glaucoma: lo spazio in cui il chirurgo lavora è più ridotto;
  • l’assunzione, anche in passato, di farmaci alfa-litici per la prostata, come la tamsulosina: possono rendere l’iride flaccida e instabile durante l’intervento (sindrome dell’iride flaccida intraoperatoria). Vanno sempre segnalati, anche se sospesi da tempo, perché il chirurgo possa prendere le contromisure;
  • una cataratta molto avanzata, che richiede più energia per essere rimossa;
  • la miopia elevata, associata a un rischio maggiore di distacco di retina;
  • il diabete, le uveiti e alcune malattie della retina, che aumentano il rischio di edema maculare.

Molte complicanze si trattano con successo se riconosciute in tempo: per questo i controlli dopo l’intervento vanno rispettati, e un dolore forte o un calo improvviso della vista richiedono una visita urgente.

La cataratta secondaria

A distanza di mesi o anni, la capsula che sostiene la lente può opacizzarsi e la vista torna a velarsi. Si parla di cataratta secondaria, che si risolve con la capsulotomia YAG-laser, una procedura ambulatoriale di pochi minuti, indolore, che apre una piccola finestra nella capsula opaca.

Cataratta e malattie della superficie oculare

Negli occhi con malattie croniche della superficie — occhio secco severo, sindrome di Sjögren, pemfigoide delle membrane mucose e altre congiuntiviti cicatriziali — l’intervento di cataratta è possibile e spesso migliora la vista in modo utile, ma va programmato con più attenzione. La superficie va portata al miglior equilibrio possibile prima delle misure; nelle malattie infiammatorie, come il pemfigoide, si opera quando l’infiammazione è spenta da tempo, in accordo con gli specialisti che seguono la terapia generale, e dopo l’intervento i controlli sono più ravvicinati. Come si prepara l’intervento nel pemfigoide è spiegato nella pagina dedicata.

Il mio approccio

Mi occupo di cornea e superficie oculare, e la chirurgia della cataratta è parte della mia attività. Prima dell’intervento valuto sempre la superficie oculare e, quando serve, la tratto prima delle misure; scelgo la lente insieme al paziente, in base al suo occhio e alle sue esigenze. Seguo con particolare attenzione i pazienti che, oltre alla cataratta, hanno una malattia della superficie oculare o della cornea.

Quando rivolgersi

È utile una visita se la vista si è annebbiata, se la luce di notte abbaglia, se cambi spesso gli occhiali senza vedere meglio, o se ti è già stata diagnosticata una cataratta e vuoi capire se e quando operarla. Una visita urgente serve invece in caso di calo improvviso della vista o di dolore oculare.

Visito presso il Policlinico di Milano — Fondazione IRCCS Ca’ Granda, U.O.C. di Oculistica, Via Manfredo Fanti 6 — e presso Blue Eye Milano, Centro di Microchirurgia Oculare, Via Pantano 2. Opero la cataratta al Policlinico di Milano, nell’ambito del Servizio Sanitario Nazionale, e a Blue Eye Milano, in regime privato.

Domande frequenti

Si possono operare entrambi gli occhi insieme?

Di regola si opera un occhio per volta, così da verificare l’esito del primo intervento e da evitare che una complicanza, pur rara, riguardi entrambi gli occhi. Alcune linee guida, come quelle inglesi del NICE, considerano l’intervento su entrambi gli occhi nella stessa seduta per persone selezionate a basso rischio: è una scelta da valutare caso per caso.

L’intervento fa male?

No. Il collirio anestetico elimina il dolore: durante l’intervento si avverte al massimo una lieve pressione e si vede una luce intensa. Nei giorni successivi può esserci una sensazione di sabbia o di fastidio, che si attenua rapidamente.

Quanto tempo si resta in struttura il giorno dell’intervento?

In genere alcune ore: il tempo della preparazione con i colliri, dell’intervento e di un breve controllo prima di tornare a casa. Il giorno dell’intervento non si guida, quindi serve un accompagnatore.

Quando si può tornare a guidare?

Quando la vista soddisfa i requisiti di legge e l’oculista lo conferma al controllo. Spesso bastano pochi giorni, ma dipende anche dalla vista dell’altro occhio: finché il secondo occhio non è operato, la differenza fra i due può rendere la guida meno sicura.

Quando si può tornare a leggere e a usare il computer?

Già dai primi giorni, con moderazione e senza strofinare l’occhio. Finché non si prescrivono i nuovi occhiali, per vicino possono servire occhiali da lettura provvisori.

Dopo l’intervento non servono più gli occhiali?

Dipende dalla lente scelta. Con una lente monofocale per lontano servono in genere gli occhiali per leggere; con una lente a profondità di fuoco estesa si vede bene da lontano e a distanza intermedia, ma per la lettura fine possono servire ancora. Le lenti toriche riducono l’astigmatismo. L’obiettivo realistico è ridurre la dipendenza dagli occhiali, non sempre eliminarla.

La cataratta può tornare?

No: il cristallino viene rimosso e non si riforma. Può però opacizzarsi, anche a distanza di anni, la capsula che sostiene la lente artificiale. È la cosiddetta cataratta secondaria, che si tratta con il laser YAG in pochi minuti.

Esistono colliri o integratori che curano la cataratta?

No. Nessun collirio, integratore o dieta ha dimostrato di far regredire la cataratta o di impedirne la progressione. L’unico trattamento efficace è l’intervento chirurgico.

Si può operare la cataratta se si ha l’occhio secco?

Sì, ma prima l’occhio secco va trattato. Una superficie oculare instabile altera le misure da cui si calcola la lente e tende a peggiorare dopo l’intervento. Il trattamento può spostare le misure di qualche settimana, a vantaggio della precisione del risultato.

Chi ha il pemfigoide o un’altra malattia della superficie oculare può operarsi di cataratta?

Sì, nella maggior parte dei casi, quando l’infiammazione è spenta da tempo grazie alla terapia e con una preparazione dedicata. Di solito la vista migliora in modo utile, anche se la malattia può continuare a progredire nel tempo indipendentemente dall’intervento; per questo i controlli successivi sono più ravvicinati.

Chi ha fatto un intervento laser per la miopia può operarsi di cataratta?

Sì. Il calcolo della lente è però più delicato, perché il laser ha modificato la forma della cornea: servono formule dedicate e, quando disponibili, i dati degli esami precedenti al laser. Conviene portare in visita tutta la documentazione dell’intervento refrattivo.

A che età viene la cataratta?

Nella maggior parte dei casi dopo i 60 anni, perché è legata all’invecchiamento del cristallino. Può comparire prima in presenza di fattori di rischio come diabete, terapie prolungate con cortisone, forte miopia, traumi o altri interventi agli occhi; talvolta, però, si sviluppa prima dei 60 anni anche senza una causa riconoscibile. Più raramente è presente fin dalla nascita.

Che cosa non si deve fare dopo l’intervento di cataratta?

Nelle prime settimane non bisogna strofinare né premere sull’occhio, saltare i colliri prescritti o i controlli. Vanno evitati piscina, sauna, trucco sugli occhi, ambienti polverosi e sforzi intensi, e nei primi giorni l’occhio va protetto durante il sonno. Un dolore forte o un calo improvviso della vista richiedono una visita urgente.

La cataratta si può togliere con il laser?

Non del tutto. L’intervento standard è la facoemulsificazione, che usa gli ultrasuoni. Esiste una tecnica assistita dal laser a femtosecondi, che esegue con il laser alcuni passaggi iniziali, ma il cristallino viene comunque rimosso per aspirazione e i grandi studi di confronto non hanno mostrato risultati visivi migliori rispetto alla tecnica standard (per esempio lo studio FACT, 2020). Il laser YAG, invece, non tratta la cataratta: si usa per la cataratta secondaria.


Fonti. Linee guida: American Academy of Ophthalmology, Cataract in the Adult Eye Preferred Practice Pattern (2021); NICE, Cataracts in adults: management (NG77); Starr e colleghi, An algorithm for the preoperative diagnosis and treatment of ocular surface disorders (ASCRS), J Cataract Refract Surg 2019. Studi: Trattler e colleghi, studio PHACO, Clin Ophthalmol 2017; de Silva e colleghi, Cochrane Database Syst Rev 2016; Day e colleghi, studio FACT, Ophthalmology 2020. Ultimo aggiornamento: 13 ottobre 2026.

I contenuti di questo sito hanno finalità esclusivamente informative e non sostituiscono la visita medica, la diagnosi o la prescrizione da parte di un professionista sanitario. In caso di sintomi oculari acuti rivolgersi al pronto soccorso oculistico.

A cura del Dott. Guido Galmozzi — Medico Chirurgo, Specialista in Oftalmologia. Iscritto all’Albo dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri della Provincia di Milano, n. 47828. Referente dell’Ambulatorio di Congiuntivopatie Cicatriziali presso il Policlinico di Milano.

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